Ricordi e fantasie tra Nigoglia e Mottarone  

(tratto dalla rivista “Lo Strona” n. 4 ottobre-dicembre 1978 su gentile concessione del direttore Lino Cerutti) 



Debbo aver già raccontato o confessato da qualche parte, non ricordo dove, che spesso, per esercizio, vado in cerca di personaggi, situazioni, storie da raccontare, negli orari ferroviari, nell' elenco telefonico, nel libretto del Codice di avviamento postale, introducendo nelle aride colonne di nomi di persona, di città o di frazione, la semplice provocazione di una rima. Per esempio leggo: Vipiteno. Ascolto la prima rima che si presenta. Ottengo in pochi istanti la notizia, assolutamente inedita, che «una mucca di Vipiteno / aveva mangiato l’arcobaleno».
Allo stesso modo accumulo altri soggetti:

Una signora di Rovigo
prima di andare a dormire
metteva le scarpe in frigo.

Un giovanotto di Verona
si era innamorato
di una gallina faraona.


Eccetera. Ma queste sono storie che ho già narrato a voce, qua e là per l’Italia, nelle scuole, e poi per iscritto, su un giornale romano. Altre aspettano il loro turno, nell’apposito scartafaccio. Ho messo da parte, per esempio, « una ragazza di Abatermarco / che aveva piantato / il fidanzato nel parco », dove bisogna intendere che la ragazza non aveva abbandonato il fidanzato ma, al contrario, per conservarlo, lo aveva interrato fino al ginocchio nei giardini pubblici e tutte le sere andava a innaffiargli i piedi. Eccetera, di nuovo.
Così conservo « un gentiluomo di San Donà / che quando ballava il valzer / mangiava il baccalà ». E infine, per arrivare al nocciolo, ho tra i miei appunti « uno studente di Crusinallo / che studiava l’algebra / a tempo di ballo », che mi sembra un personaggio abbastanza contemporaneo, se per « ballo » si intende un « pop » o un « rock » di quelli che emanano giorno e notte dalle radioline e dalle TV private, molto ascoltate dagli studenti mentre fanno i compiti.
Però non credo che riuscirò mai a raccontare la storia di questo studente. La parola « Crusinallo », quando mi succede di leggerla o di pensarla, rigetta tutte le rime che le addosso, da « ballo » a
« cavallo », a « caciocavallo », per restare a lampeggiare tutta sola nella più dolente intersezione tra la fantasia e la memoria. Ed eccomi in tram, bambino, di ritorno da Crusinallo verso Omegna, una sera buia e piovosa, ed ecco divampare il cielo sopra il muro del Cobianchi, il rosso riverbero della colata mi si stampa per sempre nel cuore, ogni volta che penserò « Omegna » sarà quel tram a sferragliare nelle mie membra, sarà quella fiamma a illuminare drammaticamente la mia notte. Dovrei parlare di quel bambino, di suo padre e di sua madre, dei suoi fratelli e compagni di scuola, dei gatti che abitavano il suo cortile. Ma io non sono fatto per l’autobiografia. Mi converrà regalare lo studente di Crusinallo e la rima che lo mette in azione ai bambini di Ferrara o di Bari, per i quali Crusinallo è solo un suono e forse loro sapranno vedere dove va a finire la storia.
Certo che se mi fermo per qualche decina di minuti sulla parola
« Omegna » (in questa città sono nato nel 1920 e ho fatto le elementari fino alla quarta compresa) da ogni punto della memoria si mettono in movimento catene di parole e di immagini che vanno lontano. Il muro del Cobianchi mi diventa il muro della Cemsa o quello dell’Isotta Fraschini di Saronno, o quello della Breda di Sesto San Giovanni, gli operai del lontano cortile si mescolano a quelli conosciuti altrove negli anni del fascismo, o durante la Resistenza, o dopo la liberazione, quando sui cancelli delle fabbriche c’erano loro, con i loro fucili.
Da ogni punto della parola « Omegna » partono, per me, fili che si allungano in ogni direzione. Negli anni Venti, più che a scuola, Omegna è stata per me l’oratorio dei padri lungo la Nigoglia: padre Orlandi, padre Massimei, padre Salati. Ma questo elenco mi si allunga subito sotto agli occhi, evoca altri salesiani conosciuti a Roma dopo la guerra, si chiude con padre Gerardo Lutte, che però non è più « padre », non è più salesiano, ha preferito, o è stato costretto ad andare a vivere con gli emarginati delle borgate, delle dissestate e disintegrate periferie romane. I bambini non lo chiamano più « padre », ma « Gerardo ». Come potrei isolare il territorio che padre Salati occupa nella storia nella mia memoria da quello che Gerardo occupa nella storia d’oggi della Roma popolare, miseria e inquieta? Dovrei nascondermi dietro il bambino che andava all’oratorio per correre sul « passo volante », o per prendere alla Messa il biglietto che serviva per entrare, il pomeriggio, al cinematografo, dove trionfavano Ridolini e Tom Mix. Forse un giorno ne sarò capace, per adesso no. Per adesso preferisco che i ricordi, quando si fanno vivi, rimangano dentro di me a nutrire le mie emozioni, a scaldare i miei sentimenti, a colorire le mie fantasie: in qualche modo, poi, quando apro una porta alla fantasia, saranno anche loro a precipitarvisi, a impastarsi con il nonsenso, a dare corpo alle parole.
Perché cercare di ricordare qualcosa della passione che, mi dicono, ho avuto per la mia balia di Pettenasco? Meglio cercare una rima, scoprire una situazione, evocare un personaggio inatteso e lasciare che il mio lontano amore per Pettenasco si esprima fuori dai binari della memoria e del privato:

C’ era un motociclista di Pettenasco
che tutti gli facevano
la pipì nel casco.


C’è il personaggio? C'è la situazione? Mi pare di sì. Vediamo se una volta o l’altra ne nasce anche una storia o se saranno i bambini a inventarla, oggi che la parola « pipì » non è più proibita a scuola e si canta anche nelle canzoni.
Ogni tanto passo un po' di tempo a guardare una carta della zona del Cusio. È una carta che conosco bene. L’ho tenuta sotto gli occhi per mesi mentre scrivevo «C’era due volte il barone Lamberto», una favola ambientata sull’isola di San Giulio, nella quale sono riuscito a ficcare, con una scusa o con l’altra, in questo o in quell’episodio, quasi tutti i nomi del Cusio, senza rivelare nessuno dei ricordi che li accompagnavano, e senza nemmeno calcare la mano perché si capisse che era un «esercizio di
fantasia » anche quello. In generale penso che ricordi ed esercizi bisogna tenerseli per sé. Faccio eccezione soltano qui. Vedo sulla carta Borca e rivivo le feste paesane cui mio padre portava regolarmente la famiglia: ricordo il sapore della torta acquistata all’incanto delle offerte, del vino bevuto nell’osteria appena sopra la ferrovia. D’estate si andava quasi tutte le domeniche a una sagra, da Orta a Ornavasso. Ma Borca è già per me un’altra cosa. E’ un luogo della fantasia che fa rima con «orca». E qui l’inganno è sottile: perché intorno all’isola si San Giulio, a pochi centimetri da Borca sulla carta, gira la leggenda di un’orca, uscita dal «büs d’ l’Orchera». Dunque non è il suono che ha suggerito la rima, ma la memoria. E quell’orca mi sta qui in gola, perché avrei voluto metterla nella storia del barone Lamberto e non ce l’ho messa, e avrò pace solo quando capirò perché non ce l’ho voluta mettere. Altri suoni mi si fanno incontro dalla carta, altre storie impossibili, altre sfide all’immaginazione:

Un signore di Molinetto
dormiva solo sotto il letto…

Una donna di Miasino
nei giorni pari beveva acqua
nei giorni dispari vino…

Un giovanotto di Agrano
correva dal farmacista
con il naso in mano…


Si vede che se l’era soffiato troppo forte e il naso si era staccato, penso: ma quando mai potrei avere la calma necessaria per seguire questo infortunato, se per me la parola «Agrano» è legata a filo doppio, senza bisogno di rima, con la parola «morte»? Ho visto anch’io, da bambino, la «morte di Agrano» e da allora l’ho rivista infinite volte, tutte le volte che in un giornale, in un libro, in una conversazione, è ricorsa la «morte», è apparso uno «scheletro», qualche volta anche rivestito e dignitosamente coperto di muscoli e pelli, come nell’espressione «corpo umano». Sicchè il naso che quel ragazzo porta in mano, correndo in cerca di soccorso, non è un naso anatomicamente completo, ma quel che ne resta in un cranio. Mi inquieta troppo e non posso infliggere ai lettori le mie inquietudini.

Tiremm innanz…
Una ragazza di Campello
faceva il bagno in un cappello,
una sua amica di Germagno
in una nuvola faceva il bagno
.

Queste visioni mi rasserenano un po’. La val Strona non ne è responsabile. Lo strepitoso fiume incassato tra i suoi precipizi non c’entra, lo riconosco. Eppure...eppure… Quelle immagini non sono poi mica surreali come sembrano. La valle, per un bambino di Omegna quale io sono stato, tutto casa, scuola e oratorio, era un luogo di favole aeree, che stava oltre le cime e le nuvole di Quarna (vista da piazza Salera). Era più vicina, più terrestre e concreta, Sovazza, da cui scendeva una volta alla settimana « la Gin dal bütér», nel suo rozzo costume circondato da forti odori.
Di Sovazza mi ricordo ogni volta che capito dalle parti di Sovana (o Soana), tra i monti sopra Grosseto, patria di Ildebrando, papa Gregorio VII. Sovana non c’entra niente con Sovazza, per uno che ci capiti da Grosseto, o da Roma, o da Stoccolma, o da Buenos Ayres; ma per uno che si è messo in cammino, ragazzo, da Omegna, Sovana sa in modo misterioso anche di Sovazza: i suoni ascoltati nell’infanzia rimangono nel nostro orecchio per sempre, e spiano in continuazione altri suoni cui sia possibile appigliarsi per riemergere, per tornare per un attimo a suonare: Sovazza, Sovazza… Quei suoni si fingono rime, echi, consonanze o dissonanze, parentele di radicali, ogni pretesto è buono per sfuggire alla prigione silenziosa in cui li detiene la memoria:

Armenia… Armeno! Ameno!
Quarzo… Quarna!
Mazzola… Massiola!


E dietro Massiola si precipitano Loreglia, Fornero, Forno, Chesio, Luzzogno… (che non sono una formazione calcistica).
Ossessiva memoria: tu non hai mai permesso che per me esistesse veramente l’onorevole Pella, perché il suo nome, ai miei occhi, è sempre stato quello di un luogo che fin da bambino ho chiamato Pella, da cui il campanile di San Filiberto tiene d’occhio il lago e l’isola. Il lago giungeva allora a pochi metri dal cortile in cui crescevo e da cui lo divideva uno stretto vicolo tra due muraglie, una delle quali entrava nell’acqua, subito buia e profonda. Nell’acqua affondava anche il cancello rosso di una darsena.
Tra le sbarre del cancello i pesci silenziosamente si aggiravano, come in un labirinto o in un gioco. Si poteva mentalmente trarne magici pronostici: « Se il pesce uscirà dal cancello prima che io conti fino a cinque, tutto andrà male» - « Se farò in tempo a contare fino a dieci, succederà qualcosa di bellissimo ». Spesso l’esercizio magico era interrotto dalle voci dei genitori che chiamavano allarmati: era proibito scendere da soli in riva al lago. A distanza di più che cinquant’anni, sono ancora quelli i pesci per me più carichi di mistero. Ho rivisto il loro muto andirivieni, animato da scatti improvvisi nelle tre dimensioni, ogni volta che nel mio sguardo sono entrati i loro simili, in altri laghi e fiumi, in altri continenti. Mi sono ricordato dei pesci della darsena di Omegna in Cina, nella città di Hang-chou, passeggiando in un parco che si chiama « Giardino per guardare i fiori e i pesci ». Anche laggiù, sotto un piccolo ponte, era collocato un cancelletto, le cui sbarre scendevano sott’acqua. I pesci giocavano fra i tondini verniciati di rosso. Non ho potuto fare a meno di contarli. Il pronostico è risultato favorevole, questo lo ricordo bene: però non ricordo affatto l’argomento e materia del pronostico, così non posso dire se quel che mi era stato promesso è accaduto o no. La solita ambiguità degli oracoli.
A questo punto sarebbe un ottimo esercizio per me ripercorrere queste righe per fare l’elenco dei nomi che non vi sono entrati. Manca la Nigoglia. Manca il Mottarone. Eppure la mia vita è cominciata, e per dieci anni si è agitata, fra quei due nomi. Si vede proprio che l’autobiografia non è nelle mie abitudini. Preferisco lasciare ai bambini, per i quali il mondo non ha passato, ma solo futuro, il compito di svolgere i temi che quelle due parole mi suggeriscono:

Pescatore della Nigoglia,
di pesci avevi tanta voglia,
ma hai beccato una morta foglia…

Un cacciatore sul Mottarone
una volta incontrò un leone
che leccava un bianco torrone…


Non si tratta di temi obbligati: il pescatore della Nigoglia può inciampare sulla soglia, il cacciatore del Mottarone può imbattersi nella mummia di un Faraone, nel gioco e nel regno delle rime c’è posto per ogni sorta d’ipotesi, per esplorare il possibile da tutti i punti di vista.

Gianni Rodari

In “Lo Strona”, n. 4, ottobre – dicembre, 1978, pp. 3-5